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In Italia e nel mondo, le donne continuano a essere molestate, picchiate, torturate,
stuprate e uccise per mano di uomini armati dal patriarcato, ideologia millenaria fondata sulla concezione proprietaria della donna, per cui la donna sarebbe degna di rispetto nella misura in cui resta asservita al potere maschile. Secondo questa logica che ormai ben conosciamo, la violenza contro le donne rappresenta un meccanismo riparatore di una lesa maestà nei confronti di uomini incapaci di pensarsi fuori da un’idea di mascolinità tossica. Nel corso del tempo la costante delegittimazione, colpevolizzazione e cancellazione, nonché la sistematica discriminazione verso le donne è stata funzionale alla preservazione di un ordine simbolico androcratico che, per non essere messo in discussione, ha dovuto anzitutto passare inosservato, spacciandosi per naturale, dato e immutabile. Ma noi, femministe, lo abbiamo smascherato da tempo ed è la nostra storia a dimostrarlo. Persino la progressiva compromissione del nostro ecosistema e l’intensificazione delle guerre che stanno dilaniando il nostro mondo non sono che le conseguenze a livello macroscopico dello stesso immaginario suicida, fondato su controllo, possesso, dominio e sopraffazione. Le donne, da quando si sono conquistate il diritto di esprimersi su questioni di pubblica rilevanza, attraverso la conquista del voto attivo e passivo, hanno denunciato che questo modo di vivere non è affatto l’unico possibile e che esiste una strada alternativa, percorribile attuando la Costituzione che le ventuno Madri costituenti, delle quali più della metà dell’UDI, hanno contribuito a redigere. La gravità storica del momento che viviamo, a livello nazionale con il DDL Bongiorno che peggiorerà il sommerso delle violenze sessuali e la colpevolizzazione delle donne nelle aule di tribunale, e a livello internazionale con gli stupri di guerra come arma bellica e l’indebolimento del diritto internazionale a favore dei poteri forti, ci fa sostenere che sostanziare la Costituzione oggi sia ancora un atto rivoluzionario, per le donne e la collettività tutta. Non da ultimo andando a votare al referendum costituzionale sulla Giustizia del 22-23 marzo e votando NO al controllo della magistratura da parte delle forze politiche, tanto più se demagogicamente dipendenti dalla pancia di un paese dai fin troppo frequenti rigurgiti reazionari, come nel caso della sortita di un consigliere comunale di Formigine che ha sostenuto in aula consiliare che il voto alle donne avrebbe disgregato l’unità familiare. Accompagniamo queste considerazioni con un gesto storico che 80 anni fa ha portato le prime cittadine al voto amministrativo nel marzo del 1946: l’offerta della mimosa, il nostro fiore politico, che ha segnato ogni 8 marzo non come festa, ma come giornata di rivendicazione collettiva e di sostentamento per la nostra associazione. “Non è il fiore a determinare le lotte, ma le lotte a determinare il significato del fiore” , sosteneva Marisa Rodano. Prendere per sé la mimosa è ancora un atto politico. Ė un’adesione a una sfida comune: fuori il patriarcato dalla Storia! La democrazia è femminista
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