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Giovanissimi uomini
Dalla irreversibilita' di un abominio subito alla irreversibilita' di una consapevolezza acquisita. Grazie, Giovanni. Cambiamo il mondo. https://youtube.com/watch?v=sRArlPl8BYg&feature=shared
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NON FU FEMMINICIDIO
Non fu femminicidio. Così si esprime la Corte D’Assise di Bologna allo scopo di escludere le Associazioni femministe UDI, Casa delle Donne, Sos Donna, Mondo Donna e Malala dalla costituzione di parte civile per il processo a Giampiero Gualandri, 63 anni, ex comandante e agente della polizia municipale di Anzola Emilia, che il 16 maggio 2024 freddò con un colpo di pistola in faccia, a distanza ravvicinata, Sonia Stefani, 33 anni, ex dipendente sua sottoposta dello stesso comando, con la quale aveva avuto una relazione. Che le Associazioni esperte di violenza maschile sulle donne non risultino gradite nei tribunali italici è dimostrato da recenti sentenze analoghe. Clamorosa quella in occasione del processo per il femminicidio di Giulia Cecchettin, dove non è stato riconosciuto il valore politico della presenza delle Associazioni femministe, riducendo un delitto che ha sconvolto l’Italia a fatto meramente privato, salvo poi celebrare il processo a favore di reti televisive. Ciò che stride soprattutto sono le motivazioni addotte sotto le quali è facile intravvedere un’ostinata alzata di scudi a protezione di quel patriarcato egemone che più volte la Cedu ha bacchettato. Nello specifico, la Corte d’Assise di Bologna così si esprime: Non fu femminicidio perché “commesso per sottrarsi alle insistenze della vittima nel proseguire la relazione, nonostante il disagio e i continui tentativi di lui di porvi fine”. Insomma per la Corte non ci sono gli elementi per ricondurre il fatto alla definizione di femminicidio, “mancando qualsiasi riferimento alla lesione della sfera di autodeterminazione della donna, ad atti di maltrattamento, discriminazione e prevaricazione tipici della violenza di genere”. E da qui ti accorgi quanto l’ignoranza in materia (la tanto lamentata mancanza di formazione dei magistrati) si trasformi in tracotanza, in virtù della posizione di potere. Intanto, appare contraddittorio che in tribunale si discuta di femminicidio o meno dal momento che nell’attuale ordinamento penale non è riconosciuto il reato di femminicidio come fattispecie a sé. L’assassinio di una donna esattamente come quello di un uomo viene punito dall’art. 575 c.p. dove il “chiunque cagiona la morte di un uomo” tradisce la dimensione androcentrica del diritto penale. O vogliamo giocare d’anticipo, eliminando il reato di femminicidio ancor prima di averlo introdotto nel codice penale, sulla scia dell’Argentina che fa marcia indietro dopo 13 anni, considerando l’aggravante del femminicidio una “distorsione del concetto di uguaglianza”? “La legge è uguale per tutti, ma per alcuni è più uguale degli altri” (George Orwell), sicuramente “delle altre”. Sembra già delinearsi la strategia di legittimazione del femminicidio di Sonia Stefani, nel ribaltamento dei ruoli vittima-carnefice, secondo una collaudata strategia difensiva. E’ lui, il pover uomo a trovarsi in una situazione di disagio causato dalle insistenze della vittima: verrebbe da dire che il delitto è “umanamente comprensibile” prendendo in prestito una recente sentenza, partorita dalla Corte D’Assise di Modena, relativa al duplice femminicidio di Gabriela Trandafir e della figlia Renata per mano di Salvatore Montefusco, dove l’alta conflittualità e il timore di perdere casa e figlio sembrano giustificare la mattanza. Non è lesa l’autodeterminazione della donna se lei è parte attiva nella dinamica relazionale? Se non subisce passivamente le prevaricazioni maschili? Che immagine di donna c’è dietro queste affermazioni, se non lo stereotipo di donna subordinata ai desiderata maschili, mero oggetto cui viene negata soggettività. Perché a un uomo viene riconosciuto il diritto di difendere il proprio “onore” quando viene tradito o lasciato, mentre una donna deve accettare passivamente di essere il giocattolo del momento, passatempo usa e getta, senza dignità e amor proprio? O è l’onore del Corpo che la divisa indossata dall’assassino rappresenta a esigere la lente oscurante del travisamento dei fatti, con tutte le carte truccate che la difesa è pronta a giocare? Ce lo domandiamo. Una cosa è certa: se si pensa di silenziare le Associazioni, escludendole dalla dinamica processuale, si commette un grosso errore di valutazione. Fuori o dentro le aule di giustizia continueremo la nostra azione di protesta, di denuncia della violenza del singolo uomo e delle istituzioni che la proteggono. E soprattutto nessuno ci potrà impedire di offrire vicinanza e sostegno alle vittime e ai loro familiari. “Per ogni donna offesa siamo tutte parte lesa". * il testo è stato scritto da Giovanna Ferrari, Coordinamento UDI Modena Questo è per noi dell'UDI un anno importante perché ricorre l'80° anniversario dalla nostra nascita (1945-2025): 80 anni di lotte e di impegno per l'emancipazione e il riconoscimento dei diritti, nel segno della libertà di tutte le donne.
UDI Modena, che fa della prevenzione e contrasto alla violenza patriarcale contro le donne una fra le sue più importanti azioni di lotta politica, esprime il proprio sconcerto nel leggere le motivazioni della sentenza, intrisa di stereotipi e pregiudizi, del procedimento a carico del duplice femminicida, Salvatore Montefusco.
Viene riproposto lo schema narrativo secondo cui nemmeno morire morte ammazzate a colpi di fucile basta a due donne, madre e figlia, a scagionarsi da una neanche fin troppo implicita accusa di corresponsabilità all’accaduto. Se la sarebbero andata a cercare, a quanto si deduce, portando all’esasperazione l’assassino buono “arrivato incensurato a 70 anni” e che “non avrebbe perpetrato delitti di così rilevante gravità”, secondo la Corte, se un destino tanto avverso, aggiungiamo provocatoriamente noi, non avesse messo sulla sua strada due donne malevoli a tirar fuori il peggio di lui e a provocare quello che, per la Corte, è certo un “gesto tragico”, ma in fin dei conti “comprensibile” dal punto di vista umano. E’ in questa cornice che l’uomo, provocato dall’ “altissima conflittualità” venutasi a creare a causa di “reciproche” condotte – che fanno pensare a una responsabilità equamente ripartita tra il femminicida e le sue vittime - avrebbe agito in preda a un “black out emotivo ed esistenziale” secondo la Corte (una volta si diceva più sbrigativamente raptus) mettendo in atto una “causale reazione” perché “indotto” dal “disagio, l’umiliazione e l’enorme frustrazione” per dover rinunciare alla casa e al figlio minorenne, per il quale nutriva un amore e una dedizione tale non solo da farlo assistere al massacro facendone per sempre una vittima di violenza assistita, ma rinunciando a lui per sempre condannandosi con ogni probabilità alla galera. Più che una sentenza a carico di Montefusco, per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo, sembrerebbe una sentenza a carico delle due vittime, rivittimizzate dunque, e istituzionalmente, da una sentenza che punta il dito contro di loro comminando solo 30 anni a Montefusco, perché le attenuanti annullerebbero le aggravanti, a quanto si legge. E dunque no, non vengono riconosciuti i futili motivi, e nemmeno la crudeltà, perché le donne ammazzate non erano certo mansuete e docili come ci si aspetterebbe da donne che possano essere uccise in pace dai loro uomini, senza che un alone ne imbratti la rispettabilità: sarebbero state, invece, complici del loro triste destino nell’ aver costruito giorno dopo giorno la trama della loro stessa uccisione. Qualcuno potrà pensare che differenza possa fare per un settantenne vedersi recludere con una pena a 30 anni o all’ergastolo, dato che in ogni caso il femminicida terminerà presumibilmente la propria vita in carcere. Il punto è che non si tratta della differenza che fa a lui, ma alla differenza che può fare a noi, come collettività, leggere sentenze in cui un femminicidio, qui per giunta doppio, venga sanzionato senza se e senza ma, e letto per ciò che è, scevro da sessismo e doppio standard, e cioè come massima violazione dei diritti umani, a cui le donne in Italia vengono esposte circa ogni 60 ore. Siamo esauste di fare la conta, ma siamo ancor più esauste di interpretazioni giustificazioniste, che non fanno che dare linfa a tutto ciò che UDI da 80 anni, quest’anno, cerca con tutte le proprie forze di debellare. Modena, 13 gennaio 2025 UDI Modena In foto articolo de Il Resto del Carlino di oggi, martedì 14 gennaio 2025, a firma della giornalista Valeria Selmi. Guarda il servizio TGR del 14.1.25 Eccidio Fonderie, Modena 9 gennaio 1950. L'UDI c'era e continua a presidiare la memoria di questi fatti, denunciati anche dalla nostra medaglia d'oro per la Resistenza, Gina Borellini, in parlamento. Grazie a Scelba, e alla sua scellerata visione della politica e della società, era considerato inevitabile essere puniti per la richiesta di lavoro e giustizia. Risultato: 6 morti. Tutti se l'erano cercata, insomma. Del resto ai quei tempi, in cui l'aria era ancora densa di fascismo nonostante la nascita della Repubblica democratica, si veniva incarcerate per il gesto "eversivo" di distribuire la mimosa. Chiediamoci a che punto siamo della Storia. Il passato ci viene in soccorso. (Fotografie: "Donne in 40 anni di immagini" a cura di Fiorella Iacono, UDI, CDD, Modena 1988) 75^ anniversario dell'Eccidio delle Fonderie - 9 gennaio 1950
UDI Modena è presente, come ogni anno, perché il passato non va solo commemorato pietisticamente, ma va interrogato per comprendere il presente e reagire. UDI nasce antifascista e nel tentativo di contribuire a creare una società equa, giusta, democratica e fondata sul lavoro: valori ferocemente oltraggiati dai fatti del 9 gennaio di 75 anni fa. Del resto a Modena, così come in tutta Italia, il clima non era dei migliori. L'aria era densa di fascismo perché se il fascismo era caduto, i fascisti erano ancora orgogliosamente tali anche se non stava più bene sfoggiarlo: grazie a Scelba, l'Unità veniva sequestrata dalle bacheche nonostante la regolare iscrizione al registro stampa da parte del Tribunale; si veniva arrestate per distribuire la mimosa perché considerato un gesto "eversivo"; anche manifestare con la camicetta rossa costò a Modena l'arresto di 9 donne dell'UDI; essere sindacalista o avere la tessera di un partito di sinistra poteva significare non essere assunti/e o licenziati/e; chi aveva combattuto nella lotta di Resistenza ed era comunista finiva agli arresti; e la Celere aveva mandato di sparare sulla folla di manifestanti che chiedevano lavoro e giustizia. A che punto della Storia siamo? Il passato può venirci in soccorso. Così come Gina Borellini andò in soccorso a Savina Reverberi, fermata per aver aggredito un graduato quel 9 gennaio che aveva appena freddato, ridendo, Roberto Rovatti. Il graduato le punta la pistola contro ma qualcuno gli grida di fermarsi perché quella giovane di appena 18 anni è la figlia di Gabriella Degli Esposti, appena decorata con la medaglia d'oro per la Resistenza. E così Savina sopravvive ma viene portata negli uffici delle Fonderie. Uscirà grazie all'intervento dell'onorevole Gina Borellini, tra le fondatrici dell'UDI Modena nonché partigiana. Presidiamolo questo nostro malandato presente: sarà la consapevolezza di chi siamo a difenderlo. Commemorazioni come quella di oggi sono, per questo, incredibilmente preziose. Ringraziamo le realtà organizzatrici e la cittadinanza presente, tutta. Comunicato UDI Modena, 27.12.2024
Ancora uno sfregio alla Legge 194, alle donne e al personale sanitario del Policlinico di Modena. Sabato 28 dicembre andrà nuovamente in scena la mortificazione del principio di autodeterminazione delle donne e dell'inviolabilita' dei loro corpi sui quali, da sempre, il patriarcato erige il proprio potere facendone ostaggio di culti o ideologie, sottraendoli alle donne fino a cancellarli, o addirittura negarli. La Papa Giovanni XXIII e la realtà della "40 Days for Life", infatti, porranno tanti lumini sulla soglia dell'ospedale quanti sono stati gli aborti praticati nel corso del 2024. Obiettivo: colpevolizzare, colpevolizzare, colpevolizzare. "C'è una strana malafede-scriveva Simone de Beauvoir- nel conciliare il disprezzo per le donne con il rispetto di cui si circondano le madri". Era il 1949 e colpisce che sia una considerazione ancora oscenamente attuale. Abbiamo aperto, dopo averlo fatto con Prefettura e Questura, una interlocuzione, crediamo proficua, con il Sindaco Mezzetti che abbiamo incontrato l'8 novembre scorso: l'ipotesi di non consentire alcuna manifestazione davanti un luogo sensibile come un ospedale ci sembra la direzione più opportuna da intraprendere, quella che da quindici anni indichiamo a una comunità incapace di ascolto. Preferiamo intendere così la soluzione che proponiamo dal momento che parlare di "zone cuscinetto" alimenta una concezione bellica della questione: ma se è vero che contro le donne è in corso da tempo una guerra feroce, ammantata da mestizia penitente o disinibito iperliberismo, rivendichiamo che il corpo delle donne smetta di essere conteso: smetta di essere bottino di guerra di questo o quell'altro schieramento. Non siamo la posta in gioco di nessuno. UDI Modena *UDI Modena non aderisce alla Rete Pro-Choice Modena, come già dichiarato lo scorso settembre. Giovedì 19 dicembre ore 12,45: UDI Modena sarà su RAI 3 a "Quante storie" con un'intervista a Serena Ballista, Presidente UDI Modena.
Guarda la puntata Pisa, 17 dicembre 2024.
UDI MODENA rimane accanto alla "madre di Pisa", imputata per calunnia per aver denunciato le modalità disumane di prelievo coatto del figlio, sottrattole dallo Stato sulla base di accuse di "alienazione parentale", giudicate poi infondate dalla stessa Cassazione. Il processo sta per volgere al termine. Prossima e ultima udienza prevista per il 2 aprile 2025. Noi ci saremo. Perché? Per contribuire a mostrare la violenza istituzionale agita contro questa donna e suo figlio, ancor più grave - se possibile - di quella agita da chi avrebbe dovuto averne a cuore la serenità, nonostante la fine di una relazione amorosa. Ci vogliono pazze, esagerate, inadatte, cattive, bugiarde, manipolatrici. E invece siamo solo libere , massimo atto di insubordinazione per una donna a cui riparare attraverso la violenza vicaria, accordata sin qui troppe volte istituzionalmente. Abbiamo un'ambizione ed è che i luoghi di Giustizia siano luoghi di prevenzione della violenza patriarcale contro le donne, non della sua normalizzazione. UDI MODENA sarà fisicamente presente a Pisa il 17 dicembre prossimo.
Esserci, con l'ingombro dei nostri corpi, sostanzia la nostra politica. Per la "madre di Pisa", da parte lesa a imputata. Si chiama violenza istituzionale. UDI - Unione Donne in Italia Rilanciamo il CS a cui aderiamo: (DIRE) Roma, 12 dic. - "La violenza sulle donne ha molti volti. E questo forse è il peggiore: quando una madre vuole proteggere sé stessa ed il proprio figlio e invece subisce rivittimizzazione da quelle istituzioni che dovrebbero proteggerla e tutelarla. Martedì 17 Dicembre prossimo, alle 9.30, si terrà forse l'ultima udienza di una lunga serie, dell'ennesimo processo che vede imputata una madre, per calunnia. Siamo sconvolte da quanto una donna debba sopportare. Accusata e punita per aver parlato, raccontato e chiesto aiuto! E a chi dovremmo rivolgerci se non alle istituzioni quando un nostro diritto e quello dei nostri figli viene calpestato? Ma se queste sono intrise delle stesse dinamiche e paradigmi patriarcali che invece dovrebbero condannare moralmente e giuridicamente, come dobbiamo fare?". Così in un comunicato di denuncia sul caso della mamma di Pisa le donne e le madri di MaternaMente e MovimentiAMOci Vicenza. "Una madre e suo figlio da 10 anni- scrivono le associazioni-subiscono una vera persecuzione giudiziaria. Lei, aveva denunciato le violenze, ma la sua denuncia (come accade troppo spesso) venne archiviata nonostante le prove. Il figlio costretto contro la sua volontà a frequentare il padre. E la madre accusata di essere lei la causa del rifiuto del bimbo. Punita con un prelievo coatto del figlio. Undici poliziotti a portarglielo via. Sfondate porte e divelte telecamere. Il bimbo sotto evidente stato di shock. Neanche le raccomandazioni del giudice ad interrompere l'azione in caso di sofferenza psico-fisica del minore, sono servite. Ed oggi viene accusata lei per aver denunciato la violenza subita. La madre di Pisa è difesa dalle avvocate di Differenza Donna. Come madri e donne femministe, invitiamo a partecipare e a sostenerla moralmente e umanamente. Il processo è a porte aperte. Perché in Italia ci sono molte Jiselle Pelicot. Donne dal coraggio e dalla dignità enorme. La differenza siamo noi a farla. Sta a noi tutte dare risalto e valore alla lotta che una donna affronta non contro un singolo uomo ma contro un intero sistema. Sistema che ha in sé le stesse radici della violenza maschile", concludono le associazioni. 12-12-24 |












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